ACR Messina, che reazione! Tutti gli sviluppi dell’(in)giustizia sportiva
Il Messina di Torrisi risponde sul campo alla stangata del TFN. Ventidue uomini, una città e una classifica stravolta da una sentenza arrivata a stagione in corso. Ma tra responsabilità del passato, ricorsi e interrogativi ancora aperti, il caso Alaimo è tutt’altro che chiuso.
Il Messina c’è, è vivo e non ha alcuna intenzione di arrendersi. I ragazzi di mister Alfio Torrisi vincono e convincono davanti al proprio pubblico, nella cornice del ritrovato stadio “Giovanni Celeste”. Sorrisi, lacrime, abbracci e un’esultanza liberatoria che raccontano molto più di quanto possa fare il risultato sul campo. Raccontano una settimana complicatissima, vissuta tra rabbia, incredulità e la necessità di trovare dentro di sé le energie per reagire a una mazzata che avrebbe potuto mettere in ginocchio chiunque.
Eppure, la classifica racconta un’altra storia. Con questa vittoria il Messina riesce ad azzerare il saldo negativo determinato dall’assurda penalizzazione di 20 punti inflitta in settimana dal Tribunale Federale Nazionale. Un paradosso sportivo: vincere, convincere e ritrovarsi comunque costretti a inseguire tutti gli altri.
Andiamo con ordine, però. Perché se è vero che le tempistiche di questa (in)giustizia sportiva sembrano non avere nulla a che fare con quelle del calcio giocato, è altrettanto vero che la vicenda non nasce certo oggi. Del presunto illecito contestato dalla Procura Federale si parlava da mesi e, in riva allo Stretto, in troppi hanno preferito far finta di niente, nascondendo la polvere sotto il tappeto. Una situazione che impone una riflessione seria, senza lasciarsi trascinare esclusivamente dall’indignazione del momento.
Il caso Alaimo e la stangata del TFN
Venerdì scorso la Sezione Disciplinare del Tribunale Federale Nazionale ha inflitto all’ACR Messina una penalizzazione di 20 punti in classifica e un’ammenda di 1.800 euro nell’ambito del cosiddetto “caso Alaimo”.
Il procedimento riguarda presunte irregolarità nei tesseramenti della stagione 2025/2026, riconducibili agli atti sottoscritti dall’ex presidente Stefano Alaimo mentre si trovava in regime di inibizione, prima della cessione del club all’attuale proprietà.
Una vicenda che affonda le proprie radici nella passata stagione e che, già durante le indagini estive della Procura Federale, aveva prodotto conseguenze concrete. Ben 20 calciatori dell’ACR Messina avevano infatti raggiunto accordi di patteggiamento, evitando così il rischio di sanzioni personali più pesanti.
Il caso era emerso anche in seguito alle iniziative della Reggina, società che tuttavia non ha tratto alcun beneficio concreto dall’attuale pronunciamento. Agli amaranto non sono stati restituiti i punti persi nella passata stagione, che avrebbero potuto risultare determinanti nella corsa alla promozione in Serie C.
Discorso analogo per Sancataldese e Acireale, anch’esse rimaste, per così dire, con il cerino in mano dopo la retrocessione in Eccellenza.
Ed è proprio qui che emerge una delle contraddizioni più evidenti dell’intera vicenda: una sentenza che interviene oggi su fatti relativi alla precedente stagione, senza modificare gli esiti sportivi di quel campionato, ma producendo conseguenze pesantissime su quello attualmente in corso.
Una piazza che continua a pagare per il passato
Non possiamo dimenticare che il Messina, appena pochi mesi fa, era già stato costretto a fare i conti con una stagione profondamente condizionata dalle vicende extracalcistiche.Quattordici punti di penalizzazione a inizio campionato, una rincorsa disperata e, infine, l’amara retrocessione maturata nel playout di Ragusa.
Oggi la storia sembra ripetersi, con protagonisti e responsabilità che appartengono in larga parte al passato, mentre a pagarne le conseguenze sono una nuova proprietà, un gruppo di calciatori e soprattutto una tifoseria che non ha mai smesso di credere nella rinascita del proprio club.
Attenzione, però: questo non significa negare eventuali responsabilità o pretendere che le norme federali possano essere ignorate. Significa piuttosto interrogarsi sulla proporzionalità delle sanzioni, sulla loro efficacia e, soprattutto, sui tempi della giustizia sportiva.
Perché una giustizia che arriva quando il campionato cui si riferiscono i fatti è ormai concluso rischia di trasformarsi in un meccanismo capace di produrre nuove ingiustizie, senza necessariamente riparare quelle precedenti.
Il ricorso e lo spettro di una penalizzazione ancora più pesante
La società biancoscudata ha già annunciato la volontà di presentare ricorso alla Corte Federale d’Appello, con l’obiettivo di ottenere una riduzione o, nella migliore delle ipotesi, l’annullamento della penalizzazione.L’udienza sarebbe attesa per l’inizio di dicembre, ma la vicenda potrebbe riservare ulteriori sviluppi.
Non va infatti esclusa la possibilità di un’impugnazione anche da parte della Procura Federale, che secondo quanto emerso avrebbe inizialmente richiesto una penalizzazione di ben 34 punti.Uno scenario che rende ancora più delicata la posizione del club e che impone di attendere gli sviluppi del secondo grado di giudizio prima di considerare definitivamente chiusa la questione.
A fotografare le anomalie della vicenda sono state anche le parole dell’avvocato Mattia Grassani, esperto di diritto sportivo, intervenuto recentemente ai microfoni di Messina Sportiva:
“È raccapricciante che nessuno abbia verificato le posizioni, né la Federazione, né il Giudice Sportivo o le società avversarie. La squalifica dell’ex presidente Stefano Alaimo risultava dai comunicati ufficiali e tutti i contratti erano stati depositati ma nessuno ha evidentemente incrociato i dati”.
Una riflessione che apre un interrogativo tutt’altro che secondario: com’è possibile che atti depositati presso gli organi competenti abbiano prodotto conseguenze sportive così rilevanti soltanto a distanza di mesi?
Se le irregolarità erano riscontrabili attraverso documenti ufficiali, perché non sono state individuate tempestivamente? E soprattutto, quali responsabilità ricadono sui soggetti chiamati a esercitare le necessarie attività di controllo?
Domande alle quali sarebbe opportuno fornire risposte chiare, nell’interesse non soltanto del Messina, ma della credibilità dell’intero sistema calcistico.
Adesso tocca a Torrisi e ai suoi ragazzi
Archiviata, almeno momentaneamente, la rabbia per quanto accaduto fuori dal rettangolo verde, il Messina deve tornare a concentrarsi su ciò che può realmente controllare: il campo.E la risposta arrivata al “Giovanni Celeste” rappresenta probabilmente il segnale più importante che squadra e allenatore potessero lanciare alla città.
I ragazzi di Torrisi hanno dimostrato di non voler essere semplici spettatori di un destino scritto nelle aule della giustizia sportiva. Hanno scelto di reagire, di lottare e di continuare a credere in una stagione che, nonostante tutto, può ancora regalare soddisfazioni.
Adesso servirà correre il doppio degli avversari, raccogliere quanti più punti possibile e trasformare ogni partita in una finale. A cominciare dalla prossima, delicatissima trasferta sul campo della capolista Niscemi, uno scontro che assume un peso specifico enorme nella rincorsa dei biancoscudati.
Parallelamente, bisognerà attendere il pronunciamento della Corte Federale d’Appello, nella speranza che il secondo grado di giudizio possa valutare con equilibrio tutti gli elementi della vicenda, comprese la proporzionalità della sanzione e le sue conseguenze sportive.
Perché il rispetto delle regole è un principio imprescindibile, ma altrettanto imprescindibile dovrebbe essere la capacità del sistema di intervenire in tempi compatibili con lo svolgimento delle competizioni.
Il Messina, intanto, ha già dato la propria risposta. Lo ha fatto davanti alla sua gente, dentro uno stadio che profuma di storia e appartenenza, con una squadra che ha trasformato la frustrazione in energia.
La classifica, oggi, dice zero. Il campo racconta una storia completamente diversa. E forse è proprio da questa contraddizione che bisognerebbe partire per interrogarsi sul senso e sui tempi della nostra giustizia sportiva.
Editoriale di Claudio Costanzo


