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Nino De Luca: “Il mio fiuto speciale per gol e porcini”

Le sliding doors nella carriera di Nino De Luca durano lo spazio effimero di un pomeriggio. Quando il Chievo bussa alla porta del suo spogliatoio, lui ha appena finito di giocare e segnare con la maglia dell’Igea Virtus. “Devi partire immediatamente, ti vogliono a Verona”. Le parole del presidente Triolo stordiscono l’orecchio di un ragazzo poco più che maggiorenne e vengono rispedite in fretta al mittente:”Gli risposi che non mi sarei mosso, loro erano in C1 e io all’epoca non avevo alcuna intenzione di finire a centinaia di chilometri da casa”. Una successione di eventi e il giovane rifila il due di picche all’occasione attesa una vita intera: “Il patron della squadra aveva diversi supermercati, eravamo sotto Natale e i fornitori, anche dirigenti gialloblu, rimasero bloccati a Barcellona dopo aver consegnato la merce: li invitarono a vedere la partita e si innamorarono di me”. Il colpo di fulmine non è ricambiato, il finale già scritto: “La scalata dei clivensi la conoscono tutti, io ho fatto un bel viaggio, ho vissuto emozioni indimenticabili e giocato in piazze importanti, ma ho mancato il salto di qualità”.

Tra dilettanti e Serie C, chi voleva vincere il campionato, a cavallo degli anni ’90, chiedeva aiuto al sinistro magico di Nino: “Punizioni, calci piazzati, pure fisico e senso del gol”. Numero dieci all’antica, con licenza di incantare: “Oltre il piede destro, non avevo grossi punti deboli. Qualcuno afferma mi portassi dietro un brutto carattere, non era vero. Io, al contrario proprio per quello mi sarei preso subito. Nel complesso, tuttavia, era un pallone diverso, in cui era difficile mettersi in evidenza. Non esistevano partite in diretta, i video erano pochi e le distanze diventavano abissali. Servivano i procuratori e io mi sono sempre gestito da solo”. Valanghe di reti tra cui tocca scegliere la preferita: “Da messinese, dico al Celeste nel derby contro il Catania. Perdevamo 1-0, era l’87’, entrai in area, saltai un difensore e il secondo mi stese. Mi presentai dal dischetto. spiazzando il portiere ed esultando sotto la curva Sud. Lo stadio era pieno, fu la giornata perfetta”.

Le stagioni da profeta in patria sbattono contro una dirigenza economicamente inaffidabile: “La società non dava garanzie ad organici sistematicamente costruiti per vincere. Parliamo di rose in cui figuravano, tra gli altri, Orati, Marcello Prima e Pasquale Marino”. Le ragioni del cuore si sposano male con le esigenze della quotidianità e di quello che, al netto delle passioni, rimaneva un lavoro: “A Trapani, il Sora ci beffò per due punti, mentre a Taranto mi conquistai la fiducia della piazza, segnando all’esordio contro il Martina Franca, su sponda del mio amico, concittadino e omonimo Nino Naccari”. Sembra l’inizio di bel film, sarà un fuoco di paglia: “Eravamo primi in classifica, poi si aprì la finestra di mercato e si fece avanti il Casarano, ultimo della classe. Io avevo ormai 35 anni, mi offrirono una barca di soldi e accettai subito. Il clima, però, era pesante e all’allenamento andavamo scortati dai carabinieri, tanto grande era il malumore della piazza. Alla fine del torneo, comunque, ci salvammo, firmando un’impresa straordinaria”:

Una breve parentesi in panchina, ma con le scarpette appese al chiodo il calcio occupa l’album dei ricordi e, per converso, libera le giornate: “Sono nato al mare, eppure adoro la montagna e, lavoro permettendo, appena posso scappo a raccogliere funghi, soprattutto porcini e ovuli. All’aria aperta il tempo passa senza rendersene conto. Nell’ultima fase di carriera, capitava persino che non mi presentassi all’allenamento, accampando scuse di ogni tipo. In realtà, me ne andavo in giro per i boschi, qualche volta perdendomi, sicuramente faticando molto di più”. Con buona pace di scatti e ripetute.

di NANNI SOFIA